Santoreggia


La santoreggia in cucina accompagna piatti di pesce e di carne. E’ molto usata in miscele per salumi, ripieni e misti d’erbe. Si sposa bene a legumi, verdure crude e cotte.


Nel Medioevo, la pianta era inclusa nel Capitulare de villis di Carlo Magno.

Nel IX secolo fu coltivata nei giardini monastici come erba curativa e medicinale e venne particolarmente apprezzata per problemi di stomaco, intestino, contro gotta, emorragie del naso e per stimolare l’appetito.

Successivamente a causa delle presunte proprietà afrodisiache, in molti monasteri la coltivazione venne proibita.

Anche nel periodo di Luigi XIV la pianta era molto stimata.

Il re Sole apprezzava l’aroma nelle pietanze e gli effetti afrodisiaci.

L’uso come pianta aromatica e medicinale si mantenne praticamente immutato per tutta l’Età moderna e fino ai nostri giorni.

La Santoreggia domestica (Satureja hortensis) è una erbacea annuale cespitosa con radice a fittone alta 15-30 cm, con profumo aromatico gradevole.

Fusto eretto, ramoso-corimboso, verde tendente al rossastro o violaceo, pubescente, legnoso alla base.

Foglie lineari-lanceolate (2-4 X 10-25 mm), di colore verde chiaro, opposte a due a due con breve picciolo.

La pagina inferiore è pubescente. Fiori piccoli (4-7 mm), ascellari alle foglie, calice campanulato e di colore rosato o bianco.

 Fiorisce in piena estate (luglio-agosto).

I frutti sono piccoli semi (acheni) duri, bruni o neri. Originaria dell’Asia occidentale è sub-spontanea nell’area mediterranea presso incolti aridi, terreni calcarei, muri da 0 a 1300 m nell’Italia Centro-Settentrionale e in Sicilia.


 

 

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